Proiezioni del ritiro glaciale fino al 2100: cosa ci dicono i modelli climatici
Le proiezioni scientifiche sul destino dei ghiacciai terrestri entro la fine del secolo dipingono un quadro di trasformazione radicale per quasi tutte le regioni glaciate del pianeta. Non si tratta di scenari ipotetici: i modelli climatici che le producono sono calibrati su osservazioni fisiche dettagliate e sono stati costantemente affinati negli ultimi tre decenni. La domanda non è se i ghiacciai si ridurranno significativamente, ma di quanto e in quali tempi, variabili che dipendono in misura determinante dalle scelte energetiche che l'umanità compirà nei prossimi decenni.
Le proiezioni variano in funzione degli scenari di emissione descritti nei rapporti del Panel Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici (IPCC). Nel percorso a basse emissioni, spesso indicato come SSP1-2.6, il riscaldamento globale si stabilizza attorno a 1,5-2 gradi Celsius rispetto ai livelli preindustriali. Nel percorso ad alte emissioni, SSP5-8.5, il riscaldamento potrebbe superare i 4 gradi Celsius entro la fine del secolo. La differenza in termini di perdita glaciale tra questi due estremi è enorme, ma anche nello scenario più ottimistico le perdite attese sono sostanziali.
Le Alpi europee: verso ghiacciai residui isolati
Le Alpi sono tra le regioni glaciate più studiate al mondo e anche quelle per cui le proiezioni sono più dettagliate e convergenti. La ricerca pubblicata sulla rivista The Cryosphere e coordinata da gruppi dell'ETH di Zurigo e dell'Università di Innsbruck stima che nello scenario di alte emissioni le Alpi potrebbero perdere tra l'80 e il 95 per cento del loro attuale volume glaciale entro il 2100. Anche nello scenario di basse emissioni, la perdita attesa supera il 50 per cento.
Ghiacciai iconici come il Mer de Glace sul Monte Bianco, il Grosser Aletsch in Svizzera e i ghiacciai della Stubai in Austria ridurrebbero le loro dimensioni a una frazione dell'attuale estensione. Molti ghiacciai alpini di medie dimensioni — quelli che oggi coprono meno di un chilometro quadrato — sono destinati a scomparire del tutto nei prossimi decenni indipendentemente dallo scenario emissivo, perché la loro inerzia termica è insufficiente a compensare il calore già accumulato nell'atmosfera.
La Groenlandia e il contributo all'innalzamento del mare
La calotta groenlandese non è tecnicamente un ghiacciaio di montagna, ma i suoi ghiacciai outlet — quelli che scorrono verso il mare attraverso le fjord — sono tra i contributori più rilevanti all'innalzamento del livello marino. Il Sermeq Kujalleq, noto anche come Jakobshavn Isbrae, scarica nel fiordo di Disko con velocità tra i venti e i quaranta metri al giorno ed è uno dei ghiacciai più veloci del pianeta.
Le proiezioni per la calotta groenlandese indicano una perdita di massa crescente nel corso del secolo. Nello scenario di alte emissioni, il contributo groenlandese all'innalzamento del mare potrebbe raggiungere tra i dieci e i trenta centimetri entro il 2100, ma con ampi margini di incertezza legati ai meccanismi di instabilità basale e alla risposta dinamica del ghiaccio. La calotta anticamente sovrastava la terraferma di oltre due chilometri di spessore in punti centrali, e anche una perdita di qualche percentuale del suo volume totale ha implicazioni enormi per i delta e le coste basse del pianeta.
L'Asia centrale: la crisi dell'acqua dolce
I ghiacciai dell'Hindu Kush-Himalaya-Karakorum formano il terzo più grande accumulo di ghiaccio del pianeta al di fuori delle regioni polari, spesso chiamato il Terzo Polo. Da questi ghiacciai scendono i principali fiumi dell'Asia meridionale e centrale: Indo, Gange, Brahmaputra, Amu Darya, Syr Darya. Circa due miliardi di persone dipendono in varia misura dall'acqua originata da queste montagne.
Le proiezioni per il Terzo Polo mostrano una perdita di volume glaciale stimata tra il 26 e il 65 per cento entro il 2100, a seconda dello scenario emissivo. L'ICIMOD (International Centre for Integrated Mountain Development) ha documentato che il ritiro è già in atto su oltre il 90 per cento dei ghiacciai monitorati della regione. Una particolarità di questa area è la cosiddetta anomalia del Karakorum: a differenza della maggior parte delle catene montuose, alcuni ghiacciai del Karakorum hanno mostrato avanzate o bilanci stabili negli ultimi decenni, probabilmente a causa di specifiche dinamiche di precipitazione invernale. Ma anche questa anomalia si prevede si esaurisca progressivamente man mano che il riscaldamento si intensifica.
Le Ande tropicali: la scomparsa più rapida
I ghiacciai tropicali delle Ande — concentrati in Perù, Bolivia ed Ecuador tra i 4.000 e i 6.500 metri di quota — sono tra i più vulnerabili al riscaldamento perché si trovano a latitudini dove la temperatura varia poco tra le stagioni, rendendo il ghiacciaio sensibile anche a piccoli incrementi termici. Il Quelccaya Ice Cap in Perù, il più grande ghiacciaio tropicale del mondo, si è ritirato di centinaia di metri dalla fine del XX secolo e le proiezioni ne anticipano la quasi totale scomparsa entro il 2100 nello scenario di alte emissioni.
Il Chacaltaya in Bolivia, che nel XX secolo ospitava la stazione sciistica più alta del mondo, è praticamente scomparso già nei primi anni 2000. La perdita di questi ghiacciai non è solo simbolica: le popolazioni delle città andine come La Paz e Quito dipendono dall'acqua glaciale per il rifornimento idrico nei mesi di siccità.
Le regioni polari al di fuori delle grandi calotte
L'arcipelago delle Svalbard, la Terra di Francesco Giuseppe e le isole subantartiche ospitano icefield e ghiacciai di calotta che, pur essendo meno discussi rispetto alla Groenlandia e all'Antartide, contribuiscono in modo significativo al bilancio del livello marino globale. Le Svalbard hanno registrato tassi di riscaldamento doppi o tripli rispetto alla media globale, un fenomeno noto come amplificazione artica. I ghiacciai di quest'arcipelago hanno mostrato bilanci di massa fortemente negativi negli ultimi due decenni e le proiezioni indicano una continuazione del trend per tutto il secolo.
L'Alaska ospita il secondo sistema glaciale più esteso al di fuori delle calotte polari, con l'icefield di Bagley, il Ghiacciaio Malaspina e il Ghiacciaio Hubbard tra i più grandi. La perdita di massa dei ghiacciai alaskani è una delle più documentate al mondo grazie a decenni di osservazioni aeree e satellitari, ed è stimata in decine di miliardi di tonnellate all'anno.
Punti di non ritorno e soglie critiche
Un aspetto critico delle proiezioni glaciali è la nozione di impegno al ritiro: anche se le emissioni di CO2 cessassero immediatamente, il ghiaccio già condannato a sciogliersi dal calore accumulato nell'atmosfera e negli oceani continuerebbe a ridursi per decenni. I modelli indicano che circa la metà della perdita glaciale attesa nello scenario di basse emissioni entro il 2100 è già inevitabile. Questo non rende futile l'azione climatica — la differenza tra le due metà restanti è di enormi proporzioni — ma introduce un fattore di inerzia che i pianificatori idrici e urbanistici devono considerare.
Alcune ricerche indicano l'esistenza di soglie critiche per specifici sistemi glaciali, superando le quali l'equilibrio del ghiacciaio diventa impossibile anche con condizioni climatiche favorevoli. Il Monte Rosa nelle Alpi centrali, il Ghiacciaio Rhône e molti altri sistemi alpini potrebbero trovarsi in questo regime già prima del 2050 nello scenario più sfavorevole.
Navigare l'incertezza delle proiezioni
Le proiezioni glaciali portano con sé margini di incertezza che dipendono da tre fonti principali: la variabilità interna del sistema climatico, i modelli fisici che descrivono il comportamento del ghiaccio, e l'evoluzione delle emissioni umane. La prima fonte produce oscillazioni interannuali e decennali che possono oscurare il segnale di lungo termine. La seconda migliora con il progresso della glaciologia computazionale. La terza è la variabile più impattante e la meno controllabile dai modelli fisici.
Esplora la mappa dei ghiacciai del mondo per visualizzare la distribuzione geografica dei ghiacciai attualmente monitorati e comprendere dove le trasformazioni attese saranno più drammatiche nei decenni a venire.